ELOGIO DELL'IMPERFEZIONE
Sempre più spesso, a scuola, mi capita di incontrare ragazze e ragazzi vittime della propria insicurezza, in balia di mille paure che le o li paralizzano.
Hanno paura di esporsi e di
affrontare il giudizio degli altri, paura di prendere posizioni impopolari,
paura del conflitto o del rifiuto, paura dell’inadeguatezza e del fallimento.
Quella dell’insicurezza è una
vera e propria “epidemia”, per i giovani ben più subdola e pericolosa
della stessa pandemia da Covid Si tratta di un “male di vivere” che
genera ansia e stress e che non di rado sfocia in situazioni patologiche.
Paradossalmente, però, a vivere questa
condizione di paura e di ansia spesso non sono gli studenti mediocri, ma
quelli che vengono considerati i migliori della classe.
Abituati a eccellere e quindi a pretendere
il massimo da sé stessi, concentrati nel conseguire i risultati più elevati, alcuni
si sacrificano sull’altare di uno studio “matto e disperatissimo” e vivono così
succubi della cosiddetta “tirannia dei devo”, che li porta a essere
inflessibili di fronte ai propri errori e a sentirsi in colpa, se non
addirittura dei falliti, nel caso in cui non riescano a conseguire i risultati
di eccellenza che si sono prefissi.
Molti vivono con ansia il mito
del successo, convinti che solo se si è i migliori si può diventare qualcuno. Si
costruiscono nella mente un’impalcatura di idee rigide, si auto-convincono che
essere sempre pronti, arrivare a tutti i costi prima degli altri, sia il giusto
comportamento da seguire, per ottenere il consenso e l’approvazione, da parte
dei genitori e dei docenti, oppure per suscitare invidia e ammirazione nei
compagni.
Questa “forma mentis” non è
tipica solo degli adolescenti, ma si riscontra spesso anche tra gli adulti. Rispettare
una ferrea disciplina, che sia auto o etero-imposta, dà valore e
riconoscimento alla persona, che «deve» essere sempre competente e all’altezza
della situazione, raggiungere risultati eccellenti e socialmente apprezzati e
primeggiare in tutte le cose che fa.
Così però si cade nella trappola del perfezionismo. A scuola, chi si trova in questa
condizione di fragilità psicologica persegue infatti un ideale di perfezione che
è impossibile da raggiungere o che, nel caso si ritenga di averlo raggiunto, è
ad ogni modo effimero, illusorio, difficile da mantenere a lungo nel tempo. Ad
ogni prova superata, ad ogni voto conquistato, seguiranno altre verifiche e altre
valutazioni, che creeranno ansia da prestazione e stress, in una corsa perpetua
e in una sfida continua, con sé stessi e con gli altri, per raggiungere i
risultati migliori, per salire sul gradino più alto del podio.
Così, al primo errore, alla prima
difficoltà, al primo voto inferiore alle aspettative, questi studenti assistono impotenti allo sgretolamento di quell’ideale di eccellenza che si sono auto-imposti. Le
conseguenze sono ovvie, e al tempo stesso deleterie: entrano in crisi, si
bloccano, affondano nelle sabbie mobili del loro senso di inadeguatezza, cadono
in preda alla paura di non farcela, di non essere all’altezza. Talvolta si
perdono, aggirandosi nel labirinto della loro mente, alla ricerca di un senso
da dare a quello che stanno facendo. Alcuni poi sono vittime di una vera e
propria psicosi, che li spinge a isolarsi, a chiudersi in sé stessi, a
sviluppare vere e proprie fobie.
“Perficio” significa “finisco”,
“porto a termine”, “porto a compimento”. “Perfezione” significa, quindi,
“compimento” e “perfetto” vuol dire “compiuto”.
Ciò che è perfetto è ciò
che è stato portato a compimento, che abbiamo concluso, terminato una volta per
tutte, che non si può più mettere in discussione. Qualcosa su cui
abbiamo ormai messo una pietra tombale. Il fatto che l’aggettivo italiano derivi da
un participio passato non è casuale. “Perfetto” esprime un concetto che ha in
sé una dimensione statica, indica un’azione che si è svolta nel
passato, considerata ormai nella sua intangibile compiutezza.
Le parole, soprattutto se hanno radici antiche, come quella che stiamo prendendo qui in considerazione, hanno un potere evocativo, che va al di là del mero significato letterale e prosaico che usiamo tutti i giorni, senza quasi rendercene conto.
Non è alla perfezione, che
dobbiamo tendere, ma a un continuo perfezionamento, a una continua opera
di auto-consapevolezza e ricerca di miglioramento che durerà per tutta la
nostra vita. Non siamo perfetti, ma perfettibili.
A tale proposito, ci vengono in
soccorso, ancora una volta, le parole di Seneca.
A chi lo accusa di incoerenza e
gli obietta di non mettere in pratica i suoi stessi insegnamenti, rinfacciandogli,
in poche parole, di “predicare bene ma razzolare male”, Seneca risponde di non
reputarsi un “sapiens” (“non sum sapiens”, afferma nel De Vita
Beata[1]), ossia un
saggio arrivato ormai alla meta del suo cammino esistenziale, forte della
coerenza, della “constantia” della propria virtù e del possesso di quello
stato di imperturbabilità che è appannaggio di pochi.
Egli si considera, piuttosto, semplicemente,
un “proficiscens”, ossia una persona che è sempre in via di
perfezionamento, che sa qual è il bene e si è messo in cammino per raggiungerlo
ma non ha ancora tagliato il traguardo finale.
“Proficiscens” è
il participio presente del verbo “proficiscor”, un verbo che ha
in sé una forte connotazione dinamica, l’idea del movimento. Indica infatti l’azione
del partire, del mettersi in cammino, dell’intraprendere un viaggio.
Seneca si reputa, e si vanta di
essere imperfetto, ma sa di vivere, al tempo stesso, in continua evoluzione:
mette ogni giorno in discussione sé stesso e si rende conto di non essere
esente da cadute e da errori.
Quello a cui ambisce il “proficiscens”
è riuscire a raggiungere la consapevolezza di sé, per poter conquistare
l’auto-determinazione, la libertà dalle passioni e dai condizionamenti degli
eventi che non sono in nostro potere. Una condizione, quella della vita vissuta
all’insegna della virtù (“ … vitae per virtutem actae …”), che Seneca
pone come fine ultimo della sua stessa esistenza e della sua filosofia ma che raggiungerà
solo in punto di morte, come narra Tacito[2].
L’autostima, la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità, non è una dote che si eredita, ma un atteggiamento mentale che si costruisce. Silenziosamente, giorno dopo giorno, un mattoncino alla volta. E costruire significa potere, ma soprattutto sapere rinunciare alla perfezione. Queste ultime sono parole rubate a una canzone di Niccolò Fabi, “Costruire”. Il brano invita chi ascolta a riflettere sul senso della vita, sul significato profondo che riguarda proprio il percorso che ci porta dal tanto affascinante inizio alla tanto memorabile fine di ogni cosa. Si potrebbe dire, fuor di metafora, a ripensare il senso della nostra esistenza, racchiusa tra la nascita e la morte.
“Ma tra la
partenza e il traguardo
Nel mezzo c’è tutto il resto
E tutto il resto è giorno dopo giorno
E giorno dopo giorno è
Silenziosamente costruire
E costruire è potere e sapere
Rinunciare alla perfezione.”
Tutto il
resto è il percorso che si compie giorno dopo giorno, attraverso momenti
felici, ma anche nell’affrontare ostacoli che ci possono apparire
insormontabili. E’, appunto, ciò che sta in mezzo, è il tragitto, quindi, la parte
fondamentale nel cammino di ognuno di noi. La chiave di tutto non è essere
perfetti, ma è costruire. Silenziosamente, un mattone dopo l’altro. Costruire
è potere, ma soprattutto sapere rinunciare alla perfezione, con la
consapevolezza che questa sia irraggiungibile. Costruire è riuscire a dare al
proprio percorso un senso profondo, vivendo appieno le proprie emozioni e
godendo della gioia derivante da ogni singolo attimo della propria vita, nella
perpetua alternanza di alti e di bassi, senza giudicarsi.
Non è al mito
del successo e della perfezione a tutti i costi, che dobbiamo tendere: quello è
una chimera, un traguardo che non raggiungeremo mai. È al percorso, al
tragitto, che dobbiamo prestare attenzione. Non è una gara, una competizione, quella
a cui stiamo partecipando, ma un viaggio. Un viaggio che dovremo affrontare in
compagnia di noi stessi e che durerà tutta la vita. Un viaggio durante il quale
ci capiterà di inciampare, anche di cadere, talvolta di fermarci a riflettere
sul senso di quello che stiamo facendo, addirittura di perderci. Per poi
ritrovarci, rialzarci e proseguire il cammino, più forti e determinati di
prima.
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