L'ARTE DI ESSERE FELICI - PRIMA PARTE

Si può imparare ad essere felici?

E, se sì, chi ce lo può insegnare?

La vita che conduciamo ogni giorno è sempre più convulsa, caratterizzata da ritmi sempre più incalzanti e situazioni sempre più stressanti. Spesso siamo frastornati e disorientati, abbiamo l’impressione di essere triturati dalle lame di un frullatore e quando, a sera, ci fermiamo a pensare a quello che abbiamo fatto durante la giornata, facciamo fatica a trovare il senso delle nostre azioni e delle nostre decisioni.

Spesso abbiamo l’impressione di non avere tempo sufficiente da dedicare a noi stessi, siamo presi da mille impegni che ci condizionano, succubi del dover fare, sul lavoro, a scuola, in famiglia. Agiamo, e viviamo, per inerzia, lasciandoci trascinare dal flusso della nostra quotidianità e dal “main stream” delle interazioni sociali. Lasciandoci condizionare da quello che gli altri pensano, del mondo e di noi.

Siamo succubi di un rapporto “drogato” con il nostro smatphone e con i social. Passiamo ore a “scrollare” i post su FaceBook o su Instagram, completamente assorbiti in un limbo virtuale, astraendoci dalla realtà e dimenticandoci di vivere una relazione “sana” con gli altri e l’ambiente fisico che ci circonda.

Spesso facciamo fatica a restare a galla, limitandoci a pattinare sulla superficie delle cose, come su una lastra di ghiaccio sempre più sottile, costantemente esposti al rischio di cadere nel baratro sottostante e di annegare nel mare nero dell’ansia e della depressione.

Non siamo più in grado di connetterci col nostro “io” più profondo, fatichiamo a conoscere noi stessi, a focalizzare quello che desideriamo non tanto fare, quanto essere veramente. Semplicemente, ci manca la consapevolezza del nostro agire e del nostro vivere.

Gli strumenti che la medicina, oggi, offre sono spesso dei palliativi, che incidono sulle manifestazioni psicosomatiche ma non risolvono, in radice, il problema che le origina. La psicoterapia interviene quando tali epifenomeni sono diventati patologici, quando i meccanismi mentali che stanno alla base del nostro “male di vivere”, e che spesso hanno radici profonde (perché ancorati al substrato della nostra infanzia e adolescenza, oppure legate al verificarsi di episodi traumatici, come la perdita di una persona cara o una violenza subita) si sono ormai incancreniti, provocando malessere e condizionando in modo negativo comportamenti e stati d’animo.

La medicina, la psichiatria e la psicoterapia intervengono a posteriori, quando i nostri meccanismi mentali si sono ormai inceppati e il “vaso” del nostro io è andato in frantumi, nel tentativo di rimetterne insieme i pezzi. Ma è possibile fare qualcosa prima che il “vaso” si rompa? Prima che il senso di frustrazione, di malessere e di angoscia ci sommerga? È possibile prevenire il “male di vivere” e assumere una “forma mentis”, un mindset che ci permetta di vivere in modo sereno, pieno e appagato la nostra esistenza?

La felicità non è, semplicemente, un sentimento o uno stato d’animo, una meta che desideriamo ardentemente raggiungere ma che, nella sua fugacità, è destinata a lasciarci sempre inappagati. Una condizione transitoria, una chimera che facciamo fatica ad afferrare e, quando ci sembra di averla raggiunta, si dissolve subito dopo, come un sogno svanisce sul far del mattino o come la sabbia scivola via dalle dita delle nostre mani.

La felicità è un’arte. Come tutte le arti, per essere praticata comporta l’acquisizione di insegnamenti e di tecniche. Tutti noi possiamo essere messi in condizione di acquisire gli strumenti necessari per imparare ad essere falici. Possiamo agire sulla consapevolezza che abbiamo di noi stessi, delle nostre potenzialità, dei nostri talenti, dei nostri desideri, delle nostre paure, dei nostri bisogni.

La felicità è una disciplina, che comporta un allenamento costante e quotidiano. Come un atleta si allena ogni giorno per raggiungere risultati apprezzabili nello sport che pratica, per vincere non solo sugli avversari ma anche su sé stesso, per superare i suoi limiti fisici e psicologici, come ad esempio la paura di non farcela – quanti mental coach “allenano”, oggi, la mente di sportivi di alto livello? -, così anche noi, nella nostra vita di tutti i giorni, ci possiamo allenare ad essere felici, a raggiungere e mantenere quello stato di equilibrio e di benessere mentale, quella mindfulness (per usare una parola di moda) in grado di fortificare la nostra “cittadella interiore” non solo verso l’esterno, contro le “aggressioni” provenienti dagli altri e dall’ambiente in cui siamo immersi, ma anche verso l’interno, contro i nostri stessi auto-sabotaggi.

Possiamo allenarci a fortificare noi stessi, a superare tutte le nostre ansie e le nostre paure, ad affrontare tutti gli eventi che ci capitano nella vita, a trasformare le difficoltà in opportunità. A distinguere ciò che è veramente essenziale, per noi, da ciò che ci deve rimanere “indifferente”. A sceverare i fatti oggettivi dalle opinioni, dalle proiezioni mentali, nostre e di chi ci circonda, dai “castelli” psichici – e psicotici – che ci condizionano. Possiamo imparare a non farci più influenzare dagli altri e a vivere da protagonisti la nostra vita. A trasformarci così nella migliore versione di noi stessi.

Ma a questo punto, mi chiederete, chi può insegnarci tutto ciò?

Vi tranquillizzo, al riguardo. Non abbiamo bisogno di affidarci a guru o a santoni indiani, o a maghi della pioggia, che promettono mirabilia suggestionando la nostra mente e vendendo fumo. Dobbiamo, semplicemente, riscoprire e approfondire quello che già abbiamo e che spesso abbiamo imparato a scuola. Una saggezza antica che più di due millenni fa ha elaborato non solo una teoria, ma una vera e propria pratica quotidiana della felicità e ha distillato insegnamenti “evergreen” che sono, ancor oggi, estremamente attuali.

Per superare le piccole e grandi difficoltà della vita, per affrontare le sfide di ogni giorno, per vincere l’ansia e la paura, per alleviare il dolore, per imparare a dominare le nostre passioni, per vivere in equilibrio con noi stessi e con gli altri, dobbiamo quindi rispolverare il grande patrimonio di conoscenza che ci proviene dai filosofi antichi, da Socrate, da Epicuro, da Aristotele, da Platone, ma soprattutto dai filosofi stoici.

Seneca, Epitteto e Marco Aurelio ci hanno lasciato insegnamenti magistrali sulla pratica della felicità e sul senso della vita, hanno saputo indagare a fondo l’animo umano e hanno distillato efficaci e rivoluzionarie strategie mentali per affrontare le sfide di ogni giorno. Dal loro insegnamento è possibile ricavare una ricchissima messe di esercizi “spirituali”, che ci possono ispirare nella nostra quotidianità e orientare sulla via della “virtù”. “Esercizi spirituali” e “virtù” che, però, non hanno nulla di trascendente né di metafisico, ma che possono rappresentare per noi il giusto viatico, per affrontare quel meraviglioso viaggio che è la nostra vita sulla faccia di questa terra. Per allenarci a vivere qui ed ora, a godere di tutto ciò che di bello ed esaltante rappresenta il nostro presente, a rimanere costantemente connessi con la nostra interiorità e col nostro “spirito”. 

A dialogare con quel “demone” benevolo, quel daimon che è alla radice stessa della parola usata dagli antichi Greci – eu-daimonia, ossia uno “spirito favorevole”, un “destino fortunato” – per rappresentare la felicità. 

Perché, e di questo sono fermamente convinta, la filosofia antica ha già, in nuce, tutti gli strumenti per “salvarci” la vita, ossia per aiutarci a darle un senso profondo e duraturo, inscalfibile.

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